Roberto Tagliazucchi

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Pubblicazioni, rassegna stampa e testi critici che documentano il percorso artistico.

Archivio di pubblicazioni, articoli e contributi critici.

Pubblicazioni

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Cataloghi ufficiali

Cataloghi di manifestazioni artistiche, musei e istituzioni pubbliche. Clicca sulle immagini per ingrandirle.

1982 — Salon d’Automne, Parigi. Roberto Tagliazucchi, S 102, Danseuse d’opéra, marmo bianco di Carrara. Catalogo ufficiale, p. 160.

1987 — Grands et jeunes d'aujourd'hui , Parigi. Roberto Tagliazucchi, Uccello, marmo bianco di Carrara. Catalogo ufficiale, p. 165.

2004 — Salon d’Automne, Parigi. Roberto Tagliazucchi, Bambou, 135 × 45 × 45 cm. Catalogo ufficiale.

2005 — Salon d’Automne, Parigi. Roberto Tagliazucchi, Toro due, 45 × 35 × 27 cm. Salon d’Automne 1905–2005, « Cage aux Fauves », Parc Floral de Paris, 21–30 ottobre 2005.

Provincia autonoma di Trento. Il 2% per l’arte in Provincia di Trento dal 2000 al 2010. Ospedale S. Chiara, Trento: La Maternità, scultura in marmo di Roberto Tagliazucchi. Opera vincitrice, 2002. Catalogo istituzionale, p. 112.

Provincia di Pordenone. Bozzetti per un’opera scultorea, a cura di Giancarlo Franco Tramontin. Catalogo istituzionale relativo al progetto per l’acquisizione di un’opera da parte della Provincia. Roberto Tagliazucchi, bozzetto n. 26.

Musée de Saint-Maur — La Varenne. Catalogo della mostra personale di Roberto Tagliazucchi, con sculture, dipinti e disegni, con un testo critico di Thierry Chabanne e B. Boustany.

Saint-Mandé - Parigi. Catalogo della mostra personale di Roberto Tagliazucchi, con sculture, dipinti e disegni.

Rassegna stampa

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Testi critici

Scritti selezionati sull’opera di Roberto Tagliazucchi, 1984–2005.

1984

Bernadette Boustany

Conservatrice
Musée de Saint-Maur

La scultura tra purezza e opposizione

L’opera di Tagliazucchi non può essere nettamente circoscritta né definita. Al massimo si può tentare di avvicinarsi alla sua scultura attraverso contrasti e forze che sembrano opporsi.

«Non c’è monotonia e non c’è silenzio della materia.»
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L’opera di Tagliazucchi non può essere nettamente circoscritta né definita. Al massimo si può tentare di avvicinarsi alla sua scultura attraverso un insieme di contrasti e considerando forze e tecniche che sembrano opporsi.

Ciò che colpisce per primo lo sguardo e suscita interesse è il sottile gioco tra una ricerca di purezza e semplicità e la ferma volontà di rompere con un trattamento troppo accademico e «armonioso» della materia.

La purezza essenziale dello stile di Tagliazucchi risiede sia nelle forme spoglie che impiega, sia nell’estrema cura che dedica al marmo, il suo materiale privilegiato, spesso scelto bianco e sottoposto a una lunga lucidatura fino a diventare perfettamente liscio e traslucido sotto l’effetto della luce.

Liscia al tatto, neutra nel colore e compatta nella forma, questa scultura non è tuttavia né muta né insignificante. Non c’è monotonia e non c’è silenzio della materia.

Pur restando discreto e misurato, Tagliazucchi sa far parlare la pietra e metterla in movimento, senza mai limitare l’opera a se stessa ma integrandola sempre nel suo ambiente.

Non acquistano forse «Jeu d’enfants» e «Le Ménestrel» il loro pieno significato nello spazio in cui si dispiegano?

L’armonia lineare delle sue opere è sempre ravvivata, animata e resa dinamica da una rottura che forma un angolo — come in «La Maternité» —, da un’incisione o da un colpo di scalpello — come in «Le Signe grec» e «Le Joueur de rugby» — che interrompe il silenzio di concezioni altrimenti molto uniformi.

In Tagliazucchi la morbidezza non conduce mai all’informe e la serenità della scultura non è mai segno di una facile compiacenza.

Al contrario, nonostante la delicatezza del suo rapporto con la materia, egli sa darle vita e movimento intensi. Sa anche creare una scultura fortemente sessuata che, pur rimanendo dolce e calma, è animata da un ritmo profondo e marcato — «La Danseuse».

I contrasti che attraversano questo insieme di opere riflettono un universo interiore in pieno fermento e un intenso desiderio di comunicazione. Senza essere propriamente figurativa, la sua scultura non è neppure puramente astratta.

Egli sfugge tuttavia a ogni volontà di diffondere una concezione meramente «estetica» dell’arte e cerca un livello di significato meno immediato.

In definitiva, l’arte di Tagliazucchi non può essere definita da un punto di vista puramente intellettuale. Per essere percepita in tutta la sua ricchezza richiede un coinvolgimento totale, insieme cerebrale e sensibile.

Bernadette BoustanyConservatrice, Musée de Saint-Maur — 1984

1984

Thierry Chabanne

Professore di Storia dell’arte
École Nationale Supérieure
des Arts Décoratifs, Parigi

Materia, spazio e rifiuto del “carino”

Al di fuori delle mode ma attento alle conquiste del proprio tempo, Tagliazucchi rifiuta il semplice decorativismo e affronta materia e spazio senza soluzioni prestabilite.

«Nella pittura cerco; nella scultura trovo.»
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Al di fuori delle mode ma sempre curioso delle conquiste del nostro tempo, Roberto Tagliazucchi rivendica per l’arte grandi ambizioni che uniscono espressione e comunicazione.

«Cerco di evitare il carino.» Roberto usa spesso questa parola per sottolinearne l’accezione negativa, legata all’inessenziale e al superficiale.

Nei suoi dipinti come nelle sue sculture non è raro che un elemento perturbatore dislochi l’eleganza naturale che questo «signore» sa tradurre attraverso la linea o il volume.

Non stupitevi dunque di quei colpi di scalpello che sembrano irritare la caduta voluttuosa del marmo bianco accarezzato dalla luce: Roberto non vuole «solleticare i sensi» né lasciare troppo spazio all’«estetica».

La taglia diretta — togliere per rivelare — offre allo scultore la possibilità di scoprire con le mani ciò che il suo occhio aveva già incontrato, «come se, in un blocco o in un altro, ritrovassi una delle mie sculture prima ancora di averla lavorata».

L’occhio è lo strumento privilegiato di questo incontro: «alcuni blocchi non mi dicono nulla, mentre altri mi attirano irresistibilmente».

Roberto parla allora di comunione con una materia che lo affascinava fin dall’infanzia a Carrara: «Quello che so è che bisogna amare la materia, altrimenti ti tradisce.»

L’arte consiste dunque nel domare la massa grezza fino alla lucidatura finale senza sottrarle la presenza della materia viva.

Parafrasando un celebre pittore, Roberto una volta esclamò: «Nella pittura cerco; nella scultura trovo.»

La pittura, tuttavia, richiede uno sforzo incessante, soprattutto se si rifiutano le seduzioni del “carino” e non si considera obbligatorio compiacere l’occhio dello spettatore.

Roberto non lavora con una cartella colori sulle ginocchia e un manuale di storia dell’arte in mano. Le sue decisioni, pur non essendo irrazionali, approfondiscono continuamente il confronto con la superficie bianca senza offrirle certezze preventive.

Ecco: lo spazio si è aperto, sempre verso l’alto. Se le linee cominciano da qualche parte, non hanno terreno; non sono né alberi né rami.

Forse è proprio questo spazio aperto ma ancorato che il pittore cerca, questi effetti di profondità continuamente ricondotti alla superficie da depositi di materia.

Per lui dipingere non significa semplicemente stendere colore né disegnare con il colore. Dipingere è godere del colore nell’istante, perché ogni nuova pennellata crea immediatamente nuovi rapporti tra un colore e l’altro e tra l’insieme e chi lo organizza.

Thierry ChabanneParigi — maggio 1984

1984

Laurent Chemtob

Critico d’arte
Villages — Île-de-France

Un linguaggio personale e contemporaneo

L’opera di Tagliazucchi attrae, risveglia e rinnova. La sua semplicità, il rigore tecnico e l’umanità stabiliscono un rapporto diretto tra artista e spettatore.

«Umile e misurata, la sua arte non è né monotona né impersonale.»
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L’opera di Tagliazucchi attrae, risveglia, scuote e rinnova. Umile e misurata, la sua arte — pittura o scultura — non è né monotona né impersonale.

La semplicità delle sue concezioni, un certo classicismo della linea e la purezza dell’esecuzione sono le garanzie più sicure di una comunicazione autentica e profonda tra l’artista e il suo pubblico.

Ciò che i visitatori hanno visto al Musée d’Art Moderne de Saint-Maur durante la mostra a lui dedicata dimostra la sua volontà di creare un’arte personale e contemporanea, ricca insieme di rigore e indipendenza.

Un’arte per tutti? Certamente. Ma non è un’arte ordinaria. La qualità tecnica del suo lavoro, la ricchezza dell’ispirazione e la sua profonda umanità assicurano a Tagliazucchi un posto importante tra gli artisti contemporanei.

Laurent ChemtobCritico d’arte, Villages — 1984

1986

Aldo Fetonte

Direttore
Mondo Mediterraneo

Frammenti di viaggio

Una testimonianza sul ritorno di Tagliazucchi a Carrara dopo il riconoscimento ottenuto in Francia, che ricollega l’esperienza parigina alla materia e alla cultura del marmo.

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Questo cognome — già conosciuto anche in luoghi lontani grazie alla sorprendente abilità del padre — ritorna oggi a noi quasi come l’eco del successo ottenuto a Parigi dal figlio.

Quanto segue offre una viva testimonianza di autorevoli estimatori e critici conquistati dalla qualità del lavoro di Tagliazucchi fin dal suo apparire.

Qui possiamo presentarne soltanto una scelta limitata; tuttavia i dipinti e le sculture esposti al Musée Villa Médicis, non lontano dalle rive della Senna dove ha cominciato a brillare la luce di tanti illustri artisti, consentono già di intravedere il futuro del nostro concittadino.

Accogliamolo come un figliol prodigo che, speriamo, ci mostrerà presto non soltanto gli acrilici che presenta oggi, ma anche il nostro marmo che, come scrive Chabanne, egli ha «accarezzato» durante il processo creativo.

Per noi quella carezza porterà anche la dolce malinconia della nostalgia.

Aldo FetontePrefazione a «Frammenti di viaggio» — 1986

1988

Pierre Brisset

Critico d’arte
L’Œil

Tre artisti in uno

Scultura, pittura e disegno appaiono inizialmente come tre linguaggi distinti; Brisset riconosce però sotto questa diversità una presenza espressiva e spirituale comune.

«Nel suo estremo rigore suggerisce molto più di quanto imponga.»
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L’opera di questo artista è piuttosto sconcertante. Come curriculum vitae si limita a: «cognome: Tagliazucchi; nome: Roberto; professione: scultore; studi: belle arti; nato… ancora vivo».

Eppure, vivissimo, dipinge quanto scolpisce e disegna quanto dipinge.

Benché sia nato a Carrara, il grande centro delle cave di marmo bianco da cui costruttori e scultori traggono materia fin dall’Antichità, Tagliazucchi, attratto fin dall’infanzia dal disegno e dalla pittura, si è interessato alla scultura soltanto da meno di un decennio.

È certamente un’opera sconcertante perché, mentre pittura e scultura sono entrambe completamente astratte, sembrano non avere alcuna parentela tra loro, né con i suoi disegni fortemente figurativi eseguiti in maniera molto classica.

Tre artisti dunque, molto diversi l’uno dall’altro, riuniti in una sola persona — e tre artisti compiuti, tra i quali è difficile sapere quale preferire.

Prima lo scultore. La sua opera ancora giovane può naturalmente ricordare alcuni grandi predecessori come Brancusi o Gilioli, ma al diavolo l’abitudine di confrontare sempre l’arte di oggi con quella del passato.

La scultura di Tagliazucchi, salvo rare eccezioni, è scolpita direttamente nel marmo di Carrara: puro, liscio, traslucido e luminoso, dagli angoli arrotondati, tenero e dolce, sensuale dopo una lunga, paziente e sottile lucidatura.

Nel suo estremo rigore suggerisce molto più di quanto imponga.

Un’eccezione è il suo Cristo in croce, bozzetto in bronzo del 1986 destinato a una nuova chiesa della regione parigina: commovente, sublime, ammirevole nella semplicità e nudità delle linee.

Finalmente una grande arte sacra moderna che, si spera, troverà il posto che le spetta a Notre-Dame de l’Arche d’Alliance, nel quartiere di Alleray.

Al di là della costruzione, della forma e della forza espressiva, nell’insieme della sua opera esiste una presenza spirituale che le conferisce un’unità che al primo sguardo non si sospetterebbe.

Pierre BrissetL’Œil — 1988

1998

Giovanna Riu

Critico d’arte
Orangerie du Château
de Sucy-en-Brie

La bellezza della contraddizione

Riu individua il carattere spaziale distintivo della scultura di Tagliazucchi: un oggetto senza un punto di vista privilegiato, nel quale luce, spazio e forma restano continuamente dinamici.

«L’opera non ha un punto di vista privilegiato, ma offre una molteplicità di aspetti.»
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Esistono due modi diversi, ma ugualmente importanti, di avvicinarsi all’opera di un artista.

L’approccio storico-biografico colloca l’artista all’interno di un percorso culturale, sociale e ambientale e, più ampiamente, indaga il suo rapporto con le correnti artistiche del tempo.

L’altro si concentra sull’oggetto d’arte stesso, su quell’arte particolare che, attraverso una serie di invenzioni formali, ci conduce a interrogarci sul significato universale dell’arte.

Nelle sue rare dichiarazioni sull’estetica, lo scultore Roberto Tagliazucchi può citare Cubismo e Futurismo, scomposizione e simultaneità; può eleggere Brancusi a totem della scultura contemporanea e ammirare in Moore l’essenzialità tematica.

E tuttavia, fortunatamente, non riuscirà mai a giustificare completamente la sua totale non conformità a tendenze, modelli, autori o regole accademiche.

La sua particolare «scienza» gli permette di rendere dinamico lo spazio, di assorbire e rimandare la luce, di entrare e uscire liberamente dall’oggetto.

L’opera non ha quindi un punto di vista privilegiato, ma offre una molteplicità di aspetti, ciascuno dei quali è quello «giusto» nel preciso momento in cui lo si osserva.

L’artista può ancora raccontare la propria poesia attraverso le metafore, i miti e le passioni che lo muovono. È un uomo di un tempo fragile, alle prese con la materia alla fine di un secolo inquieto, impegnato nel viaggio visionario dal reale al possibile.

Il suo «umanesimo» diventa figura: una forma che conserva qualcosa della molteplicità di ciò che, per convenzione, chiamiamo storia, realtà e ambiente.

Eppure forma e idea, le due anime inseparabili dell’arte, hanno trovato la loro empatia.

Tra l’archetipo della terra e l’archetipo del cielo sta Eros; tra essi stanno l’arte e la sapienza di Roberto Tagliazucchi, che ha reso possibile la bellezza della contraddizione.

Giovanna RiuGennaio 1998

2001

Ferruccio Battolini

Critico d’arte

Scolpire con amore e consapevolezza

Battolini legge la scultura di Tagliazucchi attraverso la tensione intellettuale, la disciplina costruttiva, l’armonia e un sentimento dello spazio profondamente radicato.

«Cercare l’armonia, per Tagliazucchi, significa recuperare una poetica della proporzione a propria misura.»
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Guardare davvero le innumerevoli modulazioni della scultura di Roberto Tagliazucchi — e conservarle nella nostra memoria visiva — significa innanzitutto comprendere la tensione intellettuale che le governa, la sua cultura dell’umano e le più esigenti, ma attentamente equilibrate, decisioni costruttive che modellano la sua forte e significativa audacia plastica.

Stefano Lanzardo ha ragione quando, nel titolo della sua indagine fotografica, descrive il viaggio nell’opera di Tagliazucchi come una ricerca delle tracce di un’emozione.

Queste emozioni sono inseparabili dalla sua indiscutibile padronanza scultorea, che ci permette di partecipare direttamente e tangibilmente ai valori che egli ha individuato in forme scelte con pazienza e passione.

Possiamo anche parlare di un’emozione dinamica: l’artista non si arresta davanti ad alcuna difficoltà presentata dalla materia quando essa diventa oggetto di un’idea e poi preziosa presenza nello spazio.

Quando Tagliazucchi ha sentito il bisogno di riconciliarsi «con il mondo esterno», ha posto al centro del proprio impulso creativo il concetto di «Armonia».

Cercare l’armonia, per Tagliazucchi, significa recuperare una poetica della proporzione a propria misura, secondo la propria sensibilità e la propria personale percezione della bellezza.

Il primo principio di questa armonia si legge già nel disegno rapido — preparatorio, ma immediatamente autonomo rispetto a qualsiasi successivo risultato scultoreo — quando resta fortemente fedele all’intuizione.

Diventa ancora più evidente nel corso dello scolpire, quando entra nella sfera dominante di un dialogo tra morbidezza e spigolosità deliberatamente ricercate.

Tagliazucchi non intende mai aggredire o ferire la materia scelta per i suoi messaggi. Si percepisce l’amore con cui scolpisce proprio perché rende visibile il suo programma di conquiste formali, insieme nobili, robuste e liriche.

Quando parla di un «nuovo romanticismo», dobbiamo intendere il suo rinnovato, tenace e permanente desiderio di fermare ed esaltare forme ritmiche attraverso un «sentimento dello spazio» profondamente radicato e inevitabile.

Prendiamo il suo «Cristo d’Alleray». Di fronte ad esso si prova inevitabilmente qualcosa di nuovo, perché un’immagine glorificata in tanti modi diversi nel corso della storia rinasce qui da un umanesimo intensamente personale.

Se osserviamo attentamente altre opere — «Dance», per esempio — riconosciamo la capacità di Tagliazucchi di innovare nel difficile campo dell’equilibrio scultoreo: non più soltanto orizzontalità o verticalità, ma anche lateralità — una poesia della spinta, insieme veemente ed elegante.

Tagliazucchi è un vero scultore, capace di esplorare la materia e il medium scultoreo là dove si nascondono momenti di armonizzazione imprevedibili ma essenziali: tra vuoti e luce, piani e ritmi, misura e spontaneità.

Ferruccio BattoliniFebbraio 2001

2005

Giovanna Riu

Critico d’arte
La Varenne

Prometeo — memoria, trasformazione e armonia

Nel progetto dedicato alla memoria e alla Shoah, Prometeo diventa una metafora scultorea della trasformazione: materia e spirito, distruzione e ricostruzione, finitezza e infinito.

«L’artista è colui che dà luce e libera le forme racchiuse nella materia.»
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Dalla separatezza della Shoah all’unità fra gli uomini. Unità ritrovabile attraverso una «cultura di pace» che tenda alla ricomposizione e all’armonia.

Questo è il senso di questo bozzetto per una scultura che vuole mostrare come la memoria — necessaria e doverosa — debba sottrarsi al mero racconto e sublimarsi nel coraggioso tentativo di liberarsi dall’egoismo insito nell’uomo, tendendo invece alla tolleranza dell’altro.

Prometeo, nell’apoteosi di colui che compie il sacrilego furto del fuoco per donarlo all’umanità, ma anche nel suo titanico incatenamento alla roccia del Caucaso, è un tema ricorrente nella scultura di Roberto Tagliazucchi.

Al di là del complesso semantico e simbolico incarnato da questa figura mitologica, umano e divino tendono reciprocamente a ricomporsi e compenetrarsi — finitezza e infinito, materia e spirito, distruzione e ricostruzione — in un destino comune di perpetua trasformazione volto al raggiungimento dell’armonia.

La scultura diventa la metafora privilegiata attraverso cui il mito di Prometeo può essere accolto e reso significativo.

L’artista, nel suo mito individuale, è colui che dà «luce» e «libera» le forme racchiuse — incatenate — nella materia, forme che l’intuizione ha già immaginato e colto.

Ma tutto questo resterebbe sogno, delirio e favola poetica se la qualità artistica e la padronanza non rendessero possibile una simile «rivelazione».

Il Prometeo di Roberto Tagliazucchi, aiutato dalla luce che definisce e dinamizza la forma e dall’intersezione di piani e linee di fuga spiraliformi che contribuiscono a caratterizzare lo spazio esterno, è una riuscita sintesi della tensione metafisica dell’umanità.

Giovanna RiuLa Varenne — 5 marzo 2005