Dalla separatezza della Shoah all’unità fra gli uomini. Unità ritrovabile attraverso una “cultura di pace” che tenda alla ricomposizione e all’armonia.
Questo è il senso di questo bozzetto per una scultura che visualizzi come la memoria, necessaria e doverosa, debba sottrarsi al mero racconto sublimandosi nel coraggioso tentativo di liberarsi degli egoismi propri all’uomo per tendere a conquistare la tolleranza verso l’altro.
Prometeo, nell’apoteosi di colui che compie il furto sacrilego del fuoco per donarlo agli uomini, ma anche nel suo titanico incatenamento alla roccia del Caucaso, è un tema ricorrente nella scultura di Roberto Tagliazucchi.
Ma, al di là dell’insieme semantico e simbolico di cui è carica questa figura mitologica e dell’archetipo in cui l’uomo e il divino tendono reciprocamente a ricomporsi e compenetrarsi — finitezza e infinitezza, materia e spirito, distruzione e ricostruzione — in un destino comune che è quello dell’eterna mutazione per raggiungere “l’armonia”, la forma perfetta, la scultura è la metafora privilegiata per accogliere e “significare” il mito di Prometeo.
L’artista, poi, nel suo mito individuale, è colui che dà “luce” e “libera” le forme che nella materia sono rinchiuse, incatenate, e che già la sua intuizione aveva immaginato e catturato.
Ma tutto ciò resterebbe sogno, delirio e favola poetica, se l’artisticità e la maestria non permettessero tale “rivelazione”. Il Prometeo di Roberto Tagliazucchi, complice la luce che delimita e dinamizza la forma, ancora l’intersecarsi dei piani e delle linee di fuga a spirale che portano a connotare lo spazio esterno, è una sintesi riuscita della tensione metafisica dell’uomo.
Giovanna Riu critico d'arte








